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23 Aprile 2026

Omicidi di mafia e narcotraffico: come è cambiata la violenza criminale in Italia

La violenza legata alle organizzazioni criminali italiane ha cambiato volto. Non si assiste più ad attacchi indiscriminati, ma a un uso della forza "selettivo" e "chirurgico", confinato quasi esclusivamente all'interno del mondo criminale stesso. Questa è la conclusione principale della ricerca “Governance and trade: Mafias’ multifunctional violence in Italian drug markets”, pubblicata di recente sull’International Journal of Drug Policy. Lo studio, curato dai docenti di Criminologia Alberto Aziani (Università di Milano-Bicocca) e Francesco Calderoni (Università Cattolica del Sacro Cuore), traccia un bilancio dell'evoluzione della violenza mafiosa nel decennio 2014-2024, analizzando nel dettaglio 343 omicidi di matrice criminale.

Narcotraffico e controllo interno: i veri obiettivi della violenza mafiosa

I dati emersi dalla ricerca mostrano un legame inequivocabile tra il sangue versato e la gestione delle piazze di spaccio: il 51% degli omicidi totali analizzati è infatti collegato direttamente al narcotraffico. Di questi, l'80% colpisce i livelli più bassi della catena di distribuzione della droga.

Lo scopo principale delle esecuzioni non è la risoluzione di controversie su singole transazioni commerciali (che rappresentano solo il 5% dei casi), ma il mantenimento dell'ordine e della stabilità del sistema. Gli omicidi funzionano come un vero e proprio strumento di "governance" criminale: servono a punire chi tradisce, a espellere i clan rivali e a imporre rigide regole di condotta all'interno dell'organizzazione.

La mappa degli omicidi e l'identikit delle vittime

A livello geografico, la violenza legata al mercato degli stupefacenti si concentra nettamente nel Sud Italia. Delle vittime legate alla droga, il 96% è stato ucciso in quattro regioni: la maglia nera va alla Campania con 102 casi, seguita da Puglia (50), Calabria (10) e Sicilia (6).

L'analisi dell'identikit di vittime e carnefici conferma la natura "interna" di questa mattanza. Il 58% degli uccisi era affiliato alle stesse mafie, mentre un ulteriore 27% manteneva comunque legami con i clan. Si tratta di un circuito criminale chiuso e consolidato: l'83% delle vittime e il 90% degli autori identificati aveva già precedenti penali. Lo studio evidenzia l'assenza di episodi di natura politica o istituzionale, definendo questo fenomeno come "invisibile" all'esterno e strettamente focalizzato sulle dinamiche di potere tra le cosche.

Il nuovo approccio al contrasto della criminalità

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno impiegato un metodo di monitoraggio che incrocia le notizie dei media con i dati ufficiali. Come spiegato da Francesco Calderoni, lo studio dimostra che le mafie italiane sono sì attori economici, ma mantengono il loro potere attraverso la coercizione e una violenza selettiva.

"I risultati mostrano che la violenza mafiosa non è scomparsa, ma si è trasformata in uno strumento più selettivo e funzionale al controllo dei mercati criminali", ha concluso Alberto Aziani. Per questo motivo, diventa essenziale che le istituzioni rispondano con strategie di contrasto sempre più mirate, capaci di leggere e smantellare queste nuove dinamiche interne di potere per garantire la sicurezza sul territorio.

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